Piano industriale Rai: incognite su prodotto, competenze e autonomia nell’offerta editoriale

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A pochi giorni dal varo del piano industriale della Rai è necessario sottolineare alcuni elementi generali che potrebbero impattare sulla vita delle redazioni e sull’organizzazione del prodotto.

Non discutiamo la legittimità dell’azienda di varare un piano industriale ed editoriale. L’azienda di servizio pubblico come editore ha il dovere di organizzare il prodotto nel modo che ritiene più opportuno per recuperare centralità e senso della nostra azione a beneficio di un pubblico non più e non solo raccolto e concentrato sulle edizioni principali del tg e dei gr.

Tuttavia il piano non deve essere calato dall’alto ma va discusso, analizzato e modificato con le redazioni e tutte le rappresentanze sindacali.

Il pluralismo non può essere una questione di brand riservato a tg1, tg2 e tg3. Lo status giuridico del giornalista Rai non può differenziarsi per aree di produzione.

La spinta sul digitale realizzata nella newsroom tra tgr. rainews e .it ha bisogno di investimenti in nuove figure professionali e nella riqualificazione della macchina produttiva a iniziare dall’applicazione di algoritmi proprietari.

Non è sufficiente solo accorpare testate per creare un prodotto digitale degno di questo nome.

La nuova direzione approfondimenti cosa sarà? Un ulteriore centro di spesa e di nomine? Controllerà i talk show sempre e solo spostati sul racconto dei Palazzi della politica? O rappresenterà e coordinerà le grandi inchieste, le richieste della società civile, gli approfondimenti su tutte le notizie con una programmazione per fasce orarie adeguata? Sotto questo cappello si riconoscerà il contratto giornalistico ai colleghi delle reti come anche da ultima mozione del congresso di Stampa Romana? Non l’abbiamo ancora capito.

Infine il canale in inglese gestito da Raicom. Una consociata Rai non può per legge e per contratto di servizio gestire una testata. La consociata potrebbe non rispettare le regole del contratto di servizio relative ad appalti, esternalizzazioni, assunzioni anche di giornalisti, rapporti con i privati.

Insomma questi interrogativi dimostrano come sia necessario e ineludibile il confronto con la base e come, se si vogliono realizzare cambiamenti positivi per tutti, bisogna coinvolgere i colleghi sulla base di un ascolto doveroso per legge e contratto in grado di correggere la rotta incerta o sbagliata.

Quello che oggi vediamo è sì un piano industriale ma senza visione sul prodotto e sull’organizzazione delle competenze professionali, senza cornice culturale, senza autonomia reale nell’offerta editoriale.

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