mercoledì, 13 dicembre 2017

Diritto penale

a cura dell’avv. Andrea Parlatore e Antonio Feroleto

In materia di diffusione dei dati personali per finalità giornalistiche, si configura il reato di trattamento illecito di dati in presenza di una condotta del soggetto attivo che, in mancanza del consenso dell’interessato, proceda alla pubblicazione; ad esempio, integra condotta illecita la pubblicazione di immagini eccedenti rispetto alla funzione di divulgazione della notizia seppure di interesse pubblico, così non rispettando il parametro generale della cd. “continenza”, intesa come indispensabile contemperamento fra le necessità del diritto di cronaca, la tutela della riservatezza del dato e le modalità espressive.

 

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Le intercettazioni non possono essere pubblicate fino a quando non sono a disposizione della Difesa, termine che sostanzialmente coincide con il Decreto di Rinvio a Giudizio pronunciato dal Giudice all’esito dell’Udienza Preliminare.

L’art. 684 del Codice Penale prevede l’arresto fino a quindici giorni o un’ammenda fino a un massimo di Euro 258,00 per chiunque pubblichi, in tutto o in parte, anche per riassunto o a guisa d’informazione, atti o documenti di un procedimento penale di cui sia vietata per legge la pubblicazione (cfr. artt. 114 e 329 c.p.p.).

 

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Secondo l’art. 200 c.p.p.” i giornalisti professionisti iscritti nell’Albo Professionale non possono essere obbligati a deporre relativamente ai nomi delle persone dalle quali i medesimi hanno avuto notizie di carattere fiduciario nell’esercizio della loro professione.
Tuttavia, il segreto professionale può essere rimosso dal Giudice a condizione che:

A) La notizia che proviene dalla fonte fiduciaria sia indispensabile ai fini della prova del reato per cui si procede;

B) L’accertamento della veridicità della notizia possa avvenire soltanto tramite l’identificazione della fonte fiduciaria.

Il segreto professionale è salvaguardato anche  dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

 

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Il diritto di critica consiste nell’apprezzamento e nella valutazione di fatti e/o nell’espressione di un consenso o di un dissenso rispetto ad una certa analisi. Il diritto di critica, indubbiamente riconosciuto a ciascun cittadino in base all’art. 21 della Costituzione, non può oltrepassare limiti ben precisi costituiti a) dal rispetto della verità e b) dall’interesse pubblico.

In particolare il diritto di critica, che si concretizza nella manifestazione di opinioni, può anche non essere obiettivo, ma deve pur sempre corrispondere all’interesse sociale alla comunicazione e a quello della correttezza del linguaggio.

 

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Presso ciascun Tribunale vi è un apposito ufficio del Registro Generale che a richiesta dell’interessato fornisce informazioni orali e certificazioni scritte  ai sensi dell’art. 335 c.p.p. in ordine all’iscrizione del nominativo nel registro degli indagati. Lo stesso avviene per le persone offese.

 

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In linea di massima, la giurisprudenza ritiene che per invocare il diritto di cronaca debbano concorrere tre condizioni: 1) verità della notizia; 2) interesse sociale alla comunicazione; 3) continenza espositiva.

 

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Il termine per la proposizione della querela è di tre mesi dalla conoscenza del fatto, mentre il termine di prescrizione massimo del reato, comprensivo di interruzione,  è di sette anni e mezzo dalla commissione del reato.

 

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Se al momento della presentazione della denuncia o della querela si è chiesto di essere informati della richiesta di archiviazione, il PM deve notificare alla persona offesa un apposito avviso della presentazione della richiesta di archiviazione, a fronte della quale quest’ultima può depositare nella segreteria del PM un atto di opposizione nel termine di venti giorni, contenente l’indicazione dell’oggetto dell’investigazione suppletiva e dei relativi elementi di prova.

 

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La costituzione di parte civile tende ad ottenere il risarcimento dei danni provocati dal reato da parte dell’imputato e può avvenire all’udienza preliminare, o successivamente al più tardi nella fase della verifica della regolare costituzione delle parti che precede l’apertura del dibattimento.

 

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Sono etichettate come “Querele temerarie” quelle Azioni Penali che, pur in (apparente) presenza di crismi di legalità, hanno un esclusivo scopo intimidatorio e/o di sbarramento all’azione che si propone il Giornalista quando cura un’inchiesta “scomoda”.

Si tratta di Querele per Diffamazione, presentate da chi, nel promuoverle, intende produrre un effetto deterrente e dissuasivo nei confronti della libertà di informazione  e che quindi, di fatto, danno luogo a (pretestuosi) Procedimenti Penali che puntano esclusivamente ad intimidire il Giornalista e a limitare la libertà di stampa.

Purtroppo, oltre ai consueti canoni indicati dalla Giurisprudenza per il corretto esercizio del Diritto di Cronaca e/o di Critica, non è ovviamente agevole prevenire dette iniziative, se non attraverso un più volte auspicato intervento del Legislatore.

Sarà quindi prudente, come primo Atto Difensivo, qualora non sia il Pubblico Ministero a decidere autonomamente di Richiedere l’Archiviazione,  quello di porre in essere le facoltà previste dall’art. 415 bis, comma 3 c.p.p. al fine di  evidenziare compiutamente al Magistrato Inquirente l’assenza di qualsivoglia rilievo penale nell’attività giornalistica asseritamente diffamatoria e oggetto del Procedimento.

Secondo i canoni previsti dall’art. 427 c.p.p., all’esito del Processo con formula assolutoria, potrà essere emessa dal Giudice Penale, su richiesta della parte danneggiata (il Giornalista), una Condanna del querelante alle spese e ai danni che potranno, in via anticipatoria, essere liquidati dal medesimo Giudice Penale salvo il rinvio al Giudice Civile per la definitiva determinazione dell’integrale risarcimento.

 

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