Le domande di ASR sulla chiusura della redazione romana di Libero

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Le ultime vicende di Libero con la decisione unilaterale di chiudere la sede di Roma impongono alcune domande.

I destinatari, non sempre coincidenti, sono gli editori e il direttore Senaldi.
Quando parliamo di editori dobbiamo considerare un aspetto di una certa importanza.
E’ vero che Libero è azienda editoriale privata, la cui titolarità fa capo alla famiglia Angelucci.
Il suo azionista di minoranza tuttavia – da oltre 3 lustri – è lo Stato italiano.
Libero ogni anno incassa più di due milioni di euro di provvidenze pubbliche.
Libero solo negli ultimi anni ha recuperato l’accesso ai fondi pubblici dopo un lungo e sofferto contenzioso con il Dipartimento dell’Editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri.
Più o meno nello stesso arco temporale Libero aveva usufruito di un ammortizzatore sociale, resistendo grazie ai soldi della collettività dei giornalisti.
Recuperato il contributo e finita la solidarietà, anche per la diaspora di un numero importante dei colleghi, si riparte.

L’azionista di minoranza Stato è stato informato del cambio di rotta? Quando gli editori di maggioranza (uno parlamentare) chiederanno nuove provvidenze pubbliche, lo Stato potrebbe far notare come, solo nel marzo scorso, in chiusura della solidarietà in sede Fieg, erano stati chiaramente esclusi trasferimenti a Milano?
La stessa Presidenza del Consiglio non ha recentemente approvato la nuova legge dell’editoria che premia le aziende che realizzano occupazione e passano al digitale? E lo fa, immaginiamo, non puntando su una organizzazione fordista del lavoro (della serie il direttore deve vedere tutti dalla sua stanza) ma su una visione connessa ma laica del nostro settore? Non a caso le maggiori premialità economiche vengono riconosciute proprio per le società editoriali che raccolgono la sfida dei nuovi supporti digitali. Lo stesso importante editore pubblico che ha sede a Palazzo Chigi – incoraggia tutto il sistema produttivo italiano a prevedere conciliazioni della vita lavorativa e personale avendo recentemente approvato il Parlamento la legge sul lavoro facile (smart working e rivisto i pilastri del telelavoro).

Del resto proprio la tua direzione, caro Senaldi, ha avviato la facoltà di lavorare da remoto consentendo – tramite semplice attivazione di una postazione remota – addirittura di poter operare all’interno del sistema editoriale. L’attività viene svolta quotidianamente e nessun problema o ritardo (o omesso controllo), ha provocato.

Non ha proprio nulla da dire l’editore pubblico, azionista di minoranza di Libero ma comunque di un certo peso?

Al direttore Senaldi – che ribadisce di aver agito all’interno delle possibilità offerte dal Contratto nazionale di lavoro – chiediamo quindi di puntualizzare: soltanto due mesi fa escludevi trasferimenti a Milano. Oggi, senza aver sondato i colleghi di Roma e rifiutando a priori qualsiasi ipotesi conciliativa che eviti di mortificare professionalità rodate e di stravolgere la vita di 14 famiglie,decidi unilateralmente di procedere al trasferimento di 14 giornalisti e di chiudere la redazione fisica entro la fine di giugno, in 45 giorni.
Lasciando stare ogni riferimento alla vita delle persone, trattati come pacchi postali, ti chiedo:
è vero, non licenzi nessuno. Ma come pensi di seguire il politico? Dici di voler evitare il pettegolezzo del Palazzo. Scelta apprezzabile. Un cambio di mission che può essere comprensibile, ma che poco c’entra con lo spostamento di risorse da un luogo fisico ad un altro. E poi la politica nazionale, dunque romana, la vuoi seguire con la redazione politica a Milano? Che logica c’è in tutto questo?

Rientrando anticipatamente dalla solidarietà accordata per anni dal Ministero del Lavoro e dall’Inpgi (altri due temporanei “editori” del giornale che ne hanno favorito la sopravvivenza in quest’ultimi anni difficili), ti eri dato un anno di tempo per provare a capire se senza ammortizzatore finalmente il giornale poteva resistere? Il calendario ha perso improvvisamente dieci mesi?

Ultima domanda: stai dicendo ai colleghi di fare armi e bagagli senza offrire, al momento, alcuna garanzia sulla stabilità del loro arrivo a Milano. Ma hai raccontato proprio tutto alla redazione, a Milano come a Roma? O tra quattro mesi scopriamo che le reali intenzioni erano altre e che Roma sarà coperta in altro modo?

 

Il Segretario

Lazzaro Pappagallo