contratto nazionale

Gli anni della grande crisi dell’editoria con dati di lettori paganti che ci riportano a cento anni fa sono stati vissuti con pigrizia e scarsa lungimiranza dagli editori. I lavoratori, i giornalisti, in larghissima misura, sono considerati sì necessari per la fattura del prodotto, a iniziare dalle grandi firme, ma anche la voce di costo più aggredibile quando si ristrutturano le aziende.

Abbiamo perso il conto degli stati di crisi che hanno coinvolto il settore della carta stampata. Abbiamo perso il conto degli ammortizzatori sociali e dei prepensionamenti usati per rendere sostenibile il conto economico delle aziende.

L’ultimo patto, più o meno tacito, con gli editori è che con l’individuazione di risorse per chiudere la stagione dei vecchi prepensionamenti in lista di attesa e con le nuove regole sull’età, al netto delle verifiche su situazione di esodati ancora in campo, si doveva voltare pagina e ripartire.

La ripartenza avrebbe dovuto avere almeno due lati di azione: non espellere più giornalisti dal sistema e assumere giovani digitali che consentano al prodotto di avere una consistenza finalmente moderna in grado di richiamare lettori nuovi, abituati ad altri strumenti di lettura, e di creare comunità digitali.

Non ci sembra che queste due necessità siano raccolte: da un lato vediamo che si continua a guardare alla stagione di altri prepensionamenti come una possibile scorciatoia se non si trova il punto di equilibrio economico, trascurando l’indisponibilità della politica. Dall’altro lato le aziende, ognuna per conto suo, si stanno attrezzando sul digitale senza un percorso coerente, senza una traduzione chiara del nuovo mondo in conto economico positivo, con una apertura ai giovani limitata alle collaborazioni.

Lo schema produttivo è a spanne questo: i più anziani e garantiti al lavoro nei desk con carichi ipertrofici e progressioni di carriera bloccate (e il sostanziale fallimento delle figure di redattore senior ed esperto), i più giovani, meno garantiti e meno pagati, per strada a cercare e portare notizie (quando va bene, perché con compensi molto bassi, spesso non riescono neanche ad andare in strada, ma cercano notizie via web per fare numero e quindi anche il rischio di fake news aumenta).

È un modello da catena di montaggio che non offre garanzie sul piano delle informazioni oltre a creare macerie sul piano dei diritti. Bisogna individuare delle modalità per cui i collaboratori vengono valorizzati in sintonia con i colleghi interni in un percorso che sfoci nell’assunzione. Così come bisogna riportare gli assunti a raccontare la realtà, il campo, a testimoniare quanto accade, anche riaprendo strade e spazio agli inviati.

La questione femminile rientra anche in questa tenaglia.

L’accesso alla professione è questione risolta. Restano invece tutte aperte le questioni delle retribuzioni, degli avanzamenti di carriera, della conciliazione lavoro/tempi di vita, della maternità, della 104. Non solo le aziende tendono a far pesare diritti e conquiste del passato, non solo le sostituzioni maternità non sono più un automatismo, ma abbiamo visto aziende pronte a contestare diritti come l’applicazione della 104 il cui riconoscimento non passa da alcun ufficio del personale.

Un gap generazionale, di genere e contrattuale che sta devastando gli enti di categoria, che alimenta e accelera il rancore generazionale tra i colleghi e che non tiene conto dei possibili sviluppi dell’automazione che certamente renderanno più aggredibili proprio le funzioni di desk, oggi più contrattualmente protette.

La strada insomma è sempre quella del contenimento dei costi e non dello sviluppo industriale. E se questo non basta c’è il contratto principale da aggredire, da ridurre nei costi e nelle tutele. L’ultima piattaforma Fieg ne è un chiaro segno.

La sfida per Stampa Romana è quella di disarticolare questo schema di gioco.

Se il modello per il rinnovo del contratto è quello dello scambio tra assorbimento di precariato e riduzione dei costi lo abbiamo già visto applicato nelle ultime tornate contrattuali e semplicemente non ha funzionato. Al taglio degli stipendi non ha mai fatto seguito alcuna politica di riduzione del precariato.

Se invece la sfida è quella del rilancio, del rinnovamento professionale e industriale, della creazione di nuove opportunità per produrre e creare reddito, la prospettiva si apre e cambia di segno.

Il Direttivo di Stampa Romana ha elaborato due proposte contrattuali, destinataria la Federazione della Stampa, in cui tutti i nodi in campo sono stati affrontati e ci sono molte soluzioni praticabili.

Da tempo, anche quando questo non era patrimonio comune di una Federazione che continua tuttavia a difendere l’accordo contrattuale sui cococo del 2014, chiediamo che i contratti di collaborazione coordinata e continuativa spariscano. Sia attraverso la legge, che li ha già cancellati per la stragrande maggioranza delle professioni, sia attraverso la negoziazione. Ai nostri fortissimi dubbi in occasione di quel rinnovo si sono aggiunti i dati di fatto. La retribuzione media di un cococo, secondo i dati Inpgi, è poco al di sopra della soglia di povertà. Un collega che vive in quelle condizioni non è un collega libero. Sono colleghi che debbono rientrare tra i lavoratori subordinati.

Naturalmente se su questo e su altri punti gli editori non ci ascoltano, continuando sulla linea dei tagli agli stipendi (ne sono un esempio clamoroso le vicende di Mondadori/Panorama ma anche le fughe in avanti della dirigenza Gedi), pensiamo che gli attacchi al contratto possano e debbano essere respinti con tutti i mezzi, scioperi inclusi. Si dirà: ma dove trovano gli editori le risorse da destinare a far entrare i collaboratori strategici dalla porta principale, a fare politiche di inclusione?

Il tema è senz’altro vero e va affrontato con loro.

Editori e giornalisti sono fattori della produzione e devono chiedere che il sistema sia correttamente remunerato.

Sulla tutela del diritto d’autore, sul saccheggio delle risorse editoriali e professionali da parte dei grandi over the top, dei monopolisti dei motori di ricerca e dei social, il fronte, nazionale ed internazionale, deve essere comune.

Se per il nostro paese e per l’Unione europea la stampa libera è un valore democratico, entrambi questi attori non possono assistere silenti e impotenti alla spoliazione delle risorse. I fondi per l’editoria vanno alimentati anche da questo danaro, dal denaro dei più grandi monopolisti della storia del sistema capitalistico moderno.

Sugli effetti sulla conoscenza, sulla determinazione dei nostri riflessi, sulla opacità degli algoritmi, sulla manipolazione delle fake news, industrialmente concepite, sui rischi per l’agone democratico rinviamo alle analisi e ai testi di Michele Mezza, un nostro iscritto e collega che da tempo reclama apertura, trasparenza, verificabilità di spazi sì privati ma usati ormai da miliardi di esseri umani e quindi di fatto pubblici.

Stampa Romana, all’interno del sindacato dei giornalisti, è stata la prima organizzazione a sollevare il tema, a proporre dibattito pubblico, a spingere perché nella scorsa legislatura la web tax inizi a essere un modello di redistribuzione delle risorse.

Al di là di questi scenari dobbiamo sfidare gli editori a proporre modelli nuovi di giornalismo, digitali, fortemente orientati a una diffusione tra i giovani.

Dobbiamo sfidarli a lavorare insieme sulla lettura nelle scuole, a lavorare insieme sulla formazione professionale, altra chiave centrale di lettura del nostro sistema, sulla quale Stampa Romana ha fatto e costruito molto, ad aprire nuove prospettive innovando per non considerarci invece un sistema produttivo decotto.

Segreteria Associazione Stampa Romana

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