Qual è il valore di una notizia? Il mercato decide tutto?

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Quanto costa una notizia? Il tema sembrerà banale, racchiuso in un semplice interrogativo. ma alla fine è questo il succo della questione. La vicenda dei bandi per le agenzie, della divisione in lotti e dell’aggiudicazione con l’offerta economica più vantaggiosa e meno onerosa per la Presidenza del Consiglio, ci porta dritti sul tema.

Il ministro Luca Lotti aveva assicurato, al lancio dei bandi, che il meccanismo da lui voluto nonostante la contrarietà del settore e del sindacato, con uno sciopero che ha rappresentato un fatto unico e del tutto nuovo, non avrebbe provocato perdite di posti di lavoro ma anzi avrebbe aumentato le risorse. Come la vicenda della crisi di Askanews – lasciata al momento senza alcun lotto – dimostra drammaticamente negli ultimi giorni, non è stato così.

L’informazione è una merce come le altre, deperibile come le altre, maneggiabile come asfalto, bitume, calcestruzzo e valutabile secondo queste caratteristiche? O il rilievo pubblico dell’attività di informazione, essenziale per la integrità del nostro paese, per il rilievo costituzionale garantito dall’articolo 21 della Costituzione, deve consigliare a chi riconosce il valore pubblico della notizia, un’altra strada? Possiamo ridurre il danaro dello stato come una sovvenzione, una regalia al settore, uno spreco di risorse pubbliche o come un investimento su una infrastruttura essenziale del paese al pari di acqua, elettricità e trasporti? Le agenzie sono lo strumento del quale si avvalgono tanto le istituzioni quanto le testate giornalistiche della carta stampata, della radio, della tv e del web?

Riportiamo due esempi tratti dalle cronache degli ultimi giorni. In campagna elettorale ci si è esercitati sull’abolizione del canone in bolletta, dopo averlo ridotto (e dopo averlo correttamente portato in bolletta, asciugando l’evasione). Questo significa che alla fine è il mercato, ovvero la pubblicità a stabilire il prezzo e il valore di una notizia. E sappiamo bene che in Rai l’informazione è un pezzo fondamentale del servizio pubblico.

Può essere decisivo e centrale il massimo ribasso nell’aggiudicare i lotti per le agenzie? Il pluralismo e la qualità dell’informazione possono essere tutelati nella cornice del massimo ribasso? Come si fa a difendersi efficacemente dalle fake news per non parlare della richiesta di una produzione cottimista per numero di lanci? Per non parlare di questo paradosso. Io, azienda X, fornisco lo stesso tipo di servizi, di notiziario, dell’azienda Y, avendo pagato la metà dell’offerta?

Questi cortocircuiti sono possibili solo se si riduce la notizia a pura merce, senza cura del suo valore sociale, culturale, strutturale per il nostro paese. Tutte operazioni che ricadono direttamente sul bacino dell’occupazione, già provata da una durissima crisi industriale. Ma facciamo finta per un attimo che non sia una questione sindacale. Mettiamoci dalla parte dei cittadini. Pensiamo veramente che questo sistema garantisca coloro i quali sono il perno di quello che facciamo? Pensiamo che in questi termini la loro vita migliori, che migliori il loro controllo democratico, la loro consapevolezza?

È forse il tempo di porre con forza e chiarezza questi interrogativi, per riaffermare il senso di quello che facciamo e l’utilità sociale che ne deriva. Il governo, il ministro Lotti si assumano la responsabilità di correggere le storture che sono venute a determinarsi, evitino che siano i giornalisti a pagare per una procedura che si è rivelata fallimentare. La politica tutta cominci a ragionare su come regolare il sistema delle convenzioni pubbliche attraverso una legge di sistema che dia trasparenza e stabilità al sistema.

Segreteria Associazione Stampa Romana

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