Dieci centesimi per gli editori

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Gli Editori ce l´hanno fatta. E´ salito a venti milioni il tetto annuo che lo Stato sarà disposto  a sborsare per il prepensionamento dei giornalisti di giornali e agenzie di stampa nazionali. Mentre per le altre professioni si allunga la vita lavorativa  (la Cassa avvocati, per non trovarsi a secco, ha già annunciato che alzerà, per tre volte, l´asticella dell´età pensionabile),  per i giornalisti si è disposti a procedere contro logica. E´ vero che il fatto che sia lo Stato a pagare i prepensionamenti, e un sollievo per l´Inpgi che fino ad ora ha sborsato di tasca sua, ed è la fine di un´ingiustizia. Ma ora serve una parola chiara anche della Fnsi per difendere una generazione professionale che gli Editori vogliono cancellare. Sia chiaro: ponti d´oro ai colleghi che si sono disposti a chiudere la carriera prima; ma deve essere difeso il diritto chi vuole restare a lavorare.  Anche se nelle grandi redazioni per molti colleghi attorno ai sessanta, l´epurazione è già cominciata con una progressiva emarginazione dalla fattura del giornale.  Si tagliano le spese, si sacrifica la qualità del  giornale, e se si perdono  copie si dà la colpa ad internet che invece è, prima di tutto, una risorsa in più per fare informazione. Le aziende hanno già cominciato a presentare, o a preannunciare, i loro “piani di distruzione”. Ci sono soldi da recuperare, soprattutto per il calo pubblicitario, e si taglierà il costo del lavoro. Come? Su questa voce gli stipendi più pesanti sono quelli dei giornalisti  di vecchio corso, quelli  che non erano ancora “in saldo”. Non facciamoci illusioni: mandarli via non aprirà spazi ai giovani che cercano lavoro, perché ne entrerà uno ogni quattro pensionati, e anzi si falserà la fisiologia  del mercato, che per qualche anno offrirà opportunirà risibili di assunzione. E alla generazione  dei “rottamati” corrisponderà un´altra generazione di giovani  giornalisti, che non avrà spazi  e rischia di restare disoccupata a  I soldi che gli Editori che vogliono recuperare sono quelli del calo pubblicitario. Che in questo inizio d´anno è segnalato come vistoso. Ma c´è la bufera, con l´economia in crisi è inevitabile che la pubblicità ne risenta. Anche se, ovviamente, per restare sul mercato, i grandi inserzionisti,  come le case automobilistiche, la pubblicità continueranno a pagarla. Ma per gli editori l´unica soluzione è svuotare le redazioni degli stipendi più ricchi. Ma è davvero l´unica soluzione?  Naturalmente no. Il quotidiano che ora costa un euro, ed è a colori, costava 1.500 lire (e cioè  l´equivalente di soli 23 centesimi in meno)  con il bianco e nero di dodici anni fa.  Un periodico  aumento di prezzo, “concertato” da tutte le grandi testate,  non ha mai avuto ripercussione sulle  vendite. Se un quotidiano che vende centomila copie al giorno aumentasse il prezzo di dieci  centesimi ecco che in un anno incassa in più due milioni  e mezzo di euro, al netto della percentuale per gli edicolanti. Ma questa strada non è presa in considerazione. Meglio, molto meglio, liberarsi di una generazione  “infetta”, che ha la memoria storica di redazioni vivibili, che ha partecipato a storiche battaglie  sindacali, e che ha stipendi degni di una professione  che richiede competenza e responsabilità.  La nostra, più che una professione, è un lavoro di artigiani. E i più giovani hanno bisogno di  confrontarsi con altre età, altre esperienze, per crescere. Dequalificando la professione, ridimensionando le retribuzioni, forfetizzando tutto, anche le mansioni,  tempo un´altra generazione o due, i giovani veramente bravi scapperanno da questo lavoro. Il giornalista  sarà solo un tecnico dell´informazione, un forzato della multimedialità stile catena di montaggio.  Ed è proprio quello che vogliono gli Editori di oggi: a loro, la qualità dell´informazione non  interessa. Basta che abbia i colori, o le sembianze dell´informazione.