Tegucigalpa, 27 dic – Fine anno, tempo di bilanci. Anche i più macabri, purtroppo. Come tutti gli anni in questo periodo associazioni di categoria e Ong fanno la conta dei giornalisti uccisi mentre svolgevano il loro lavoro di informare. Le cifre non sempre coincidono, ma tutte fanno pensare: morire sul lavoro è una cosa che difficilmente si riesce ad accettare. I numeri di quest´anno parlano di 105 cronisti uccisi “sul campo” nei 33 paesi esaminati dall’organizzazione non governativa “Presse emblème campagne (Pec)” con sede a Ginevra. Un bilancio inferiore a quello del 2009, quando furono 122 i giornalisti assassinati, ma sempre molto, troppo elevato e comunque superiore a quello del 2008, quando furono 91 i giornalisti uccisi. “La comunità internazionale non ha ancora trovato gli strumenti per mettere fine” a questo fenomeno, denuncia il segretario generale della Pec, Blaise Lempen: “Mancano ancora meccanismi efficaci per indagare rapidamente e processare gli autori di questi crimini”. La triste conta dei caduti stilata dalla Pec, evidenzia anche le zone più pericolose per chi deve informare. In testa a questa tragica classifica ci sono Messico e Pakistan con 14 giornalisti uccisi. Subito dopo vengono l’Honduras, con 9 giornalisti assassinati, e l’Iraq, con 7. Altri paesi particolarmente rischiosi per questa professione sono le Filippine, la Russia e la Colombia. In cinque anni, conclude il rapporto, sono 529 i giornalisti che hanno pagato il loro lavoro con la vita. Questi numeri vanno ad aggiungersi e ad aggravare a quelli riportati da Informa e diffusi dieci giorni fa dal “Comitato per la protezione dei giornalisti” (Cpj), associazione internazionale con sede a New York, che parlavano di 42 giornalisti uccisi nel 2010 e di altri 28 casi ancora da definire. (pl-it.prensa-latina.cu)