Roma, 22 apr – E´ diventato grande Il Manifesto. Il neonato con il pugno chiuso, quello dell´immagine simbolo ´la rivoluzione non russa´, ora e´ cresciuto: ha perso i capelli ed ha il nasone, ma dorme ancora con lo stesso pugno chiuso. Almeno cosi´ lo ritrae Vauro nella maglietta celebrativa dei 40 anni del quotidiano, che continua a definirsi con orgoglio comunista. Anche oggi che il Pci non esiste piu´ e che non solo la sinistra, ma tutta la scena politica italiana, e´ radicalmente cambiata rispetto a quel 28 aprile 1971, che vide il foglio per la prima volta nelle edicole. Una vita spericolata, condotta nel segno della protesta, controcorrente, spesso sull´orlo dell´abisso, quella del Manifesto. Quando sembrava destinato al fallimento, si e´ rialzato grazie al sostegno dei suoi lettori, mai rassegnati a privarsi dei titoloni piu´ creativi del panorama italiano, delle grandi foto in prima pagina, della linea editoriale netta e indipendente, delle idee spesso radicali degli opinionisti, dei pezzi satirici di Stefano Benni o delle vignette di Vauro. Tanti i volti noti che hanno frequentato la sede storica di via Tomacelli a Roma, lasciata nel 2007. Da Yves Montand a Manuel Vazquez Montalban, da Lula a Umberto Eco, che scriveva con lo pseudonimo di Dedalus. E ancora, solo per citarne alcuni, Gianni Riotta, Lucia Annunziata, Corradino Mineo e Gad Lerner. Lo spirito di protesta Il Manifesto c´e´ l´ha nel sangue. Il gruppo di fondatori, tra cui Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli, fu espulso dal Pci, quando nel 1969 (allora il quotidiano era ancora una rivista mensile) assunse una posizione critica nei confronti dell´invasione sovietica della Cecoslovacchia. Da allora il percorso rispetto al Partito Comunista fu parallelo, ma sempre indipendente. La formula, che prosegue ancora oggi, non prevede ´padroni´: e´ quella di una cooperativa tra tutti i lavoratori, che hanno lo stesso stipendio. Una colletta e via. Nell´aprile del ´71 Luciana Castellina e Valentino Parlato – racconta la Rossanda nel libro La ragazza del secolo scorso – spiegarono agli altri come si fa un giornale e tutti finirono a distribuire le quattro pagine del primo numero in via del Corso. L´Unita´ si chiese ´chi li paga?´ e quella pagina rimase per anni appesa nella stanza amministratore ed ex operaio, Giuseppe Crippa. La formula della cooperativa resto´ immutata quando, un anno dopo, Il Manifesto decise di presentarsi, senza grande successo, alle elezioni politiche. Non cambio´ quando il gruppo si uni´ nel Partito di Unita´ Proletaria per il comunismo, rimasto in vita fino al 1984. E neanche, anni dopo, nel 2000 quando la sede romana fu oggetto di un attentato, o nel 2005 con la mobilitazione per il rapimento in Iraq della giornalista Giuliana Sgrena. Sopravvisse quando, per ben due volte negli ultimi anni, il giornale fu sull´orlo del fallimento per i tagli all´editoria e riusci´ a risollevarsi con le donazioni dei lettori. Le copie vendute sono calate dalle oltre 35mila del 2000 alle poco piu´ di 20mila degli ultimi tempi, ma l´avventura continua. Il 28 aprile ci saranno feste, con reading, dibattiti e concerti in tante citta´: da Ancona a Bologna, da Roma a Firenze, da Ravenna a Modena. Per l´occasione il quotidiano diretto da Norma Rangeri sara´ in vendita a 50 centesimi con una tiratura di 120.000 copie, e in edizione rinnovata con piu´ spazio all´inchiesta, agli approfondimenti, alla ricerca culturale e al dibattito politico della sinistra. I lettori potranno esprimersi con una testimonianza: un ´io c´ero´ per rivivere l´avventura e un ´io ci sono´ per raccontare l´esperienza che continua. (ansa)