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ASR su piano Verdelli: la verità, nient’altro che la verità

RAI

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Un giornalista che nel passo d’addio ad un incarico prestigioso rivendica di essere una persona perbene ha tutto l’apprezzamento di chi conosce la Rai.

Se una persona e un giornalista perbene, apprezzato in diverse stagioni editoriali per il rigore e la capacità creativa, si sente dire da un corteo di voci che il suo piano è irrealizzabile e addirittura pericoloso, immaginiamo abbia solo voglia di saltare il prima possibile sul primo treno per Milano.

Ma la questione Rai non appartiene a Carlo Verdelli, non appartiene a un membro del Consiglio di Amministrazione, non appartiene a un direttore di testata o di rete, appartiene a tutti noi.
E se appartiene a tutti noi come cittadini e utenti del canone, deve appartenere ai giornalisti come operatori dell’informazione.

Dunque per un giornalista, per ogni giornalista sarebbe il caso di vederlo questo piano, di leggerne le pagine, di valutarne le slide per intero e di non vivere di anticipazioni, di spizzichi e bocconi magari fatti uscire con lente deformante.

Vorremmo avere le risposte alle seguenti domande:

1. Perché il Tg2 si sarebbe trasferito a Milano? Qual era il senso del trasferimento? Il Tg del sud sarebbe stato solo un bilanciamento territoriale?

2. In cosa sarebbe consistita la nuova organizzazione in 5 macroregioni della Tgr, la più folta testata giornalistica d’Europa (740 colleghi)? Era una struttura editoriale o solo produttivo-organizzativa? Le singole redazioni avrebbero avuto un minimo di 15 colleghi a disposizione o il numero corretto sarebbe stato 22 (aumentabili in relazione alla storia, la geografia e l’importanza della sede). E’ vero che l’intero territorio nazionale sarebbe stato coperto con una rete di redattori multimediali (almeno un redattore multimediale in ciascuna delle province d’Italia. Se penso al Lazio, penso oggi allo zero da Frosinone, Rieti, Viterbo e Latina)?

3. E’ vera o non è vera la fusione Rainews-Tgr per dare profondità di campo e di orizzonte all’informazione di flusso?

4. E’ vero o non è vero che sarebbe nata una testata web autonoma, sganciata da Rainews24, diretta da una professionista come Milena Gabanelli, che avrebbe lavorato da e per tutte le testate?

5. E’ vero o non è vero che la testata web, integrata anche con il lavoro della tgr, avrebbe permesso la presenza attiva sui social? Sarebbe stata potenziata la svolta del bollino blu di Replay rai sulle tv di ultima generazione e sulle app, la svolta inaugurata con Europei di Calcio ed Olimpiadi, un successo questo sì indiscusso della Rai targata Campo Dall’Orto?

6. E’ vero o non è vero che si sarebbe mantenuto il perimetro occupazionale invariato, magari riqualificando i colleghi o posizionandoli meglio sul territorio, a differenza del vecchio piano Gubitosi che prevedeva 300 esuberi?

7. E’ vero o non è vero che le testate tradizionali avrebbero avuto ciascuna di loro una identità diversa, nettamente distinta dal generalismo attuale moltiplicato per tre?

8. Il piano avrebbe compreso anche l’informazione di rete, dove lavorano centinaia di giornalisti senza contratto giornalistico o, nonostante il ruolo di Verdelli di coordinatore dell’informazione, quel tema si sarebbe continuato a non affrontarlo?

9. Ci sarebbe stato un canale inglese per far sì che la Rai possa far conoscere cultura e temi nazionali in un mondo autenticamente globale? E la radio avrebbe conosciuto una nuova stagione o avrebbe fatto la Cenerentola del caso?

10. La Rai e l’informazione Rai, declinata nel modo “verdelliano”, sarebbe stata unitaria e centripeta o sarebbe rimasta quella macchina informativa a macchia di leopardo in cui ogni direttore, vicedirettore e caporedattore gestisce la propria fetta di potere e responsabilità? Ed è vero che si sarebbe investito sull’informazione tra i 20 e i 30 milioni in più nei prossimi tre anni?

Ecco vorremmo avere queste risposte.

Lo chiediamo per il rispetto che si deve ai colleghi dell’azienda, ai lavoratori dell’azienda, a chi fa informazione in questo paese.

E vorremmo queste risposte anche per capire qualcosa in più sulla missione dell’azienda di servizio pubblico in assenza della nuova convenzione e con un quadro politico molto fragile. Se cioè, riducendo la pubblicità e/o il canone si vuole relegarla ad un ruolo residuale sullo scenario nazionale o se invece si vuole una Rai robusta in grado di competere con attori nazionali e nuovi ed aggressivi attori internazionali.

Non è una domanda scontata: prosaicamente e sindacalmente da una risposta corretta a quest’ultimo quesito dipendono centinaia, migliaia di posti di lavoro a Roma, nella nostra regione, nel nostro paese. Oltre a un pezzo di libertà e identità nazionale.

Lazzaro Pappagallo
Segretario Associazione Stampa Romana

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