Care colleghe, cari colleghi,
i giornalisti di Roma e del Lazio hanno una nuova casa.
L’Associazione Stampa Romana si è trasferita in via Giuseppe Gioachino Belli, 122, al terzo piano (all’angolo con via Cicerone, nei pressi di piazza Cavour), a poche centinaia di metri da piazza della Torretta.
Un trasloco inevitabile. I nuovi proprietari dei locali che occupavamo fino a ieri ci hanno sfrattato.
Il trasferimento è stata un’operazione complessa. Ringrazio i colleghi che hanno collaborato e, soprattutto, i dipendenti per il loro straordinario impegno.
Si è trattato di negoziare una congrua buonuscita con i proprietari della vecchia sede, individuare la nuova, attrezzarla in poche settimane salvaguardando la continuità dei servizi.
Abbiamo scelto una sede che ci garantisse vantaggi di gestione e funzionali, che fosse altrettanto vicina ai palazzi delle istituzioni, ma più facilmente raggiungibile, che offrisse gli spazi per svolgere tutte le attività di ufficio, degli sportelli, con una sala per le conferenze: una sede per una comunità che crede nel suo ruolo e nel suo futuro. Ne siamo orgogliosi.
Una nuova casa, per le sfide e le battaglie di sempre, per la difesa del lavoro, delle retribuzioni, dei diritti, delle libertà di espressione e di pensiero, dell’informazione, cardine della dialettica democratica, secondo i principi, i valori, le norme della Costituzione scolpite dai Padri della Repubblica, dopo la liberazione dal nazifascismo.
Una nuova sede ha con sé il sapore di un nuovo inizio. Colgo l’occasione per fare un bilancio della nostra attività nel 2025, guardando agli impegni del 2026.
Il 28 novembre scorso la nostra comunità professionale ha rialzato la testa. È tornata a scioperare, dopo molti anni. Lo ha fatto compattamente, con un’adesione massiccia, per chiedere il rinnovo del Contratto di lavoro scaduto dal 2016, ma anche per manifestare il crescente disagio delle redazioni, svuotate, impoverite, contro lo strutturale ricorso al precariato, per dire no ai “forfait truffa” che aggirano contratti e accordi e tagliano gli stipendi, contro lo sfruttamento indecente dei collaboratori.
Il problema del lavoro povero, dei salari troppo bassi nel nostro paese, erosi dall’inflazione, su cui lanciano l’allarme persino liberalissimi commentatori e istituzioni finanziarie, riguarda anche i giornalisti.
Ma gli editori, dopo una tregua chiesta per incassare altri soldi pubblici grazie alla legge di bilancio, hanno detto di nuovo no alle ragionevolissime richieste del sindacato.
Inevitabile tornare a scioperare: il 27 marzo e il 16 aprile. Con le stesse parole d’ordine che hanno tenuta unita la categoria, scongiurando distinguo e defezioni: uno sciopero per le giuste retribuzioni, per l’autonomia e l’indipendenza dei giornalisti. Stampa Romana è stata ed è, insieme alla Fnsi con la segretaria Alessandra Costante, a disposizione di tutte le redazioni per discutere nelle assemblee della vertenza.
Gli editori recitano lo stesso copione ai tavoli per attuare la legge sull’equo compensoper i freelance, una battaglia che abbiamo condotto in prima linea anche nelle aule giudiziarie, seguita con attenzione dalla nostra Commissione per il lavoro autonomo. Anche su questo fronte da parte della Fieg sono arrivate proposte miserevoli e offensive.
Ora la palla è nelle mani del ministero della Giustizia. La retribuzione dei collaboratori deve essere commisurata a quella di chi è nelle redazioni. Dobbiamo essere pronti a mobilitarci se così non dovesse essere.
Ma c’è anche un’altra strada da battere: quella dei “pareri di congruità” da parte dell’Ordine dei giornalisti, che quantifichino cioè il dovuto ai freelance, in particolare nelle piccole aziende editoriali, perché possano rivendicarlo davanti a un giudice.
Alcuni consigli regionali dell’Odg stanno procedendo in questo senso: auspichiamo che anche nel Lazio si faccia lo stesso.
Stampa Romana ha assistito molti colleghi in difficoltà, per gli abusi dei datori di lavoro, per il mobbing, per gli stipendi o i compensi pattuiti non pagati o pagati con forte ritardo (su tutti il caso dell’agenzia Dire), per licenziamenti illegittimi, per contratti non applicati correttamente, per gli stati di crisi: vertenze individuali e vertenze collettive, in piccole e grandi aziende.
Gli editori scaricano le responsabilità di imprenditori sui dipendenti, non si occupano del prodotto, considerano le innovazioni tecnologiche – ora anche l’Intelligenza Artificiale – un modo per ridurre gli organici, sono già pronti a una nuova ondata di prepensionamenti con la legge 416, cedono il lavoro dei giornalisti a social network, motori di ricerca, IA, senza corrispondere ai colleghi il compenso dovuto per le previsioni contrattuali e della legge sul diritto d’autore.
In queste settimane tiene banco la vicenda della cessione del Gruppo Gedi, che Stampa Romana segue da vicino.
Si è già concretizzata la vendita de La Stampaal gruppo Sae, un’operazione poco chiara e senza le necessarie garanzie per il futuro del giornale, l’occupazione le retribuzioni.
A giorni potrebbe concludersi la cessione di Repubblica e delle altre testate del gruppo.
È una vicenda che riguarda il pluralismo e la democrazia, in un panorama in cui ci sono sempre meno giornali, sempre più nelle mani di pochissimi proprietari, in cui le voci dissonanti e critiche si rarefanno.
Lo abbiamo detto in tutte le iniziative cui abbiamo partecipato per chiedere trasparenza e rispetto delle regole sulla cessione di Gedi: si deve salvaguardare innanzitutto l’identità e la storia delle testate, il rapporto fiduciario tra redazioni e lettori, la garanzia più forte per il lavoro, per lo stesso valore delle aziende.
Gli editori pretendono sovvenzioni, ma non investono. Non hanno visione neppure per affrontare la crisi delle edicole.
Stampa Romana, dopo aver partecipato alle audizioni alla Regione Lazio sul tema, ha presentato alle istituzioni nazionali e locali un Report che ha realizzato insieme a DataMediaHub per mettere a fuoco una questione cruciale: le edicole, economicamente poco redditizie o insostenibili perché vendono meno giornali, chiudono e, con meno edicole, le copie cartacee vendute (ancora la maggiore fonte di ricavi) diminuiscono ulteriormente. Una spirale in accelerazione che rischia di travolgere il sistema.
Eppure si potrebbero aiutare gli edicolanti con ricette diversificate tra zone centrali e periferiche delle città, province e aree interne, consentendo altre attività commerciali e istituzionali, senza snaturarne tuttavia la funzione di punti di diffusione dell’informazione, si potrebbe rivedere il sistema di distribuzione, si potrebbero abbattere le “rese” che pesano molto sui conti delle aziende, rendendo tracciabili le vendite: una legge lo prevede dal 2015.
È ancora inattuata anche per la resistenza degli editori, che ora fanno i conti con le ristrettezze della finanza pubblica, la riduzione dei contributi per la carta, o di altre forme di sostegno.
Aiuti indispensabili, che vanno tuttavia ripensati, anche a tutela delle retribuzioni dei giornalisti, in un quadro completamente mutato.
Cambiata è la nostra professione, cambiate sono le nostre redazioni. Per difenderle è indispensabile conoscere a fondo chi rappresentiamo. Per questo Stampa Romana, nei prossimi giorni, cercherà di fare, attraverso i Cdr, una sorta di censimento, una fotografia della situazione, con un questionario promosso dalla Segreteria e dalla Consulta sindacale dei Comitati di Redazione e dei Fiduciari.
L’informazione va difesa da molti nemici, anche da chi dovrebbe immaginarne il futuro, ma preferisce rifugiarsi all’ombra del sostegno pubblico e del taglio sistematico di organici e stipendi, che invece sono presidi di qualità, la sola in grado di fare la differenza.
Si è discusso molto in questo anno della Rai. Della sua gestione editoriale e aziendale, della necessità di cambiare le regole per nominarne i vertici e garantirne l’autonomia.
Stampa Romana per prima, due anni fa, si è occupata con un convegno dell’Emfa, l’European Media Freedom Act, un regolamento dell’Unione Europea in vigore dall’8 agosto scorso, che prevede oltre a norme sulla tutela delle fonti e contro l’intimidazione dei giornalisti, criteri di nomina degli amministratori trasparenti e in grado di allentare la stretta della politica sulle aziende radiotelevisive pubbliche, di renderle più autonome, anche sul piano delle risorse, più trasparenti, gestite da persone qualificate. L’Italia è ancora inadempiente.
Stampa Romana non ha esitato a ricorrere in sede giudiziaria contro il comportamento antisindacale della Rai, che ha negato la lettura di un comunicato dell’Usigrai sulla vicenda imbarazzante della cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali.
Si è battuta, consapevole delle difficoltà, per la piena affermazione dei diritti sindacali e professionali dei colleghi dei programmi di informazione della Rai.Continueremo a farlo. La questione dei giornalisti dei programmi di informazione, senza una testata, senza un vero direttore responsabile, senza pieni diritti sindacali (come quello di far leggere un comunicato), esposti a eseguire le indicazioni date da figure non giornalistiche, non è solo un problema della Rai, ma riguarda anche le altre emittenti nazionali e i giornalisti impiegati nei programmi realizzati da società di produzione esterne.
È una delle questioni, come quella del giornalismo negli uffici stampa, che richiede una revisione radicale della legge sulla professione giornalistica.
Il sindacato, come l’Ordine, deve essere interlocutore del Parlamento per definire che cosa è oggi la nostra professione, come si diventa giornalisti, con quali obblighi e garanzie.
Nuove norme sono indispensabili anche per i giornalisti della Pubblica Amministrazione. Stampa Romana ha organizzato con la Consulta per gli uffici stampa, una partecipatissima edizione degli Stati generali degli uffici stampa e della comunicazione, nel venticinquesimo anniversario della legge 150. Legge largamente incompiuta, superata e da riscrivere, anche per consentire al sindacato dei giornalisti di avere una piena agibilità, ai colleghi di far valere i propri diritti.
Ma se dai sindacati confederali ci sono segnali di disponibilità per una collaborazione che consenta di avanzare le istanze dei colleghi nella Pubblica Amministrazione, nulla si muove davvero sul fronte legislativo.
Dove invece è sempre forte la tentazione di limitare il diritto di cronaca, di espressione, di manifestazione.
Le leggi bavaglio, come la legge Cartabia, sono saldamente in vigore, non c’è alcuna concreta volontà della maggioranza in Parlamento di approvare norme contro le querele temerarie e le richieste di risarcimento intimidatorie, le indicazioni dell’Ue restano inapplicate e l’Italia staziona in basso nelle classifiche sulla libertà di stampa.
Stampa Romana ha promosso iniziative e corsi di aggiornamento su questi temi, al centro di una ricca offerta di formazione (52 corsi, per oltre 200 ore solo nel 2025), che avuto un altro importante riconoscimento: l’Associazione si è aggiudicata, come capofila di una rete di istituzioni di altri paesi, il bando dell’Ue per il Progetto Sail per la formazione di docenti e studenti su informazione e Intelligenza Artificiale.
Allegati a questa lettera troverete gli elenchi degli incontri da noi organizzati lo scorso anno, occasioni anche per allacciare e rafforzare le relazioni con istituzioni culturali, universitarie, di ricerca. Abbiamo presentato libri e documentari, ospitato il premio Ivan Bonfanti, che ogni volta ci emoziona e ricorda le ragioni belle e profonde della nostra professione: momenti di condivisione di esperienze, di appartenenza della nostra comunità.
Abbiamo partecipato alle manifestazioni per il 25 Aprile e il Primo Maggio, a quelle contro i cronisti uccisi, contro la mattanza senza precedenti dei giornalisti a Gaza, per chiedere il libero accesso ai luoghi degli inviati.
Siamo stati al fianco dei colleghi minacciati, intimiditi, diffamati, vittime di minacce e violenze, a fianco di chi si batte nelle redazioni e fuori per l’informazione, contro la propaganda.
Il caso gravissimo dell’attentato a Sigfrido Ranucci, cui ci siamo stretti con tutto il sindacato e la categoria, è solo quello più eclatante, la conferma di quanto il giornalismo d’inchiesta sia nel mirino. Le aggressioni ai cronisti, le azioni per limitarli, intimorirli, zittirli sono un fenomeno purtroppo in crescita contro il quale continueremo a far sentire la nostra voce.
Lo abbiamo fatto e lo faremo con forza, per il diritto di cronaca, la libertà di informare ed essere informati.
A Stampa Romana ci siamo occupati con un’iniziativa pubblica della tutela dei giornalisti disabili, del loro accesso al mondo del lavoro: nessuno lo aveva mai fatto, torneremo a farlo.
Abbiamo affrontato la questione del gender gap, della penalizzazione delle donne nella nostra professione con l’attività della nostra Commissione per le pari opportunità.
Tra le numerose iniziative promosse mi preme ricordare il corso di formazione su “La violenza economica sulle donne”, opportunità di riflessione profonda sulle dinamiche discriminatorie che si originano proprio nel mondo del lavoro. Parleremo anche di questo alla Festa delle giornaliste 2026 di Stampa Romana, il prossimo 12 marzo (al Caffè letterario, in via Ostiense, 95, dalle 19).
Con convinzione ci siamo schierati, perdendo, nella difficile battaglia dei referendum sul lavoro, promossi della Cgil, per restituire quei diritti che sono stati sottratti anche ai giornalisti, indebolendoli. Lo abbiamo fatto guardando al merito. Come sempre, come è doveroso per ogni organizzazione sindacale e ancora di più per quelle, come la nostra, che hanno l’ambizione di essere unitarie.
Stampa Romana è e continuerà ad essere la casa accogliente di tutti i colleghi senza eccezioni, il loro sindacato. Una casa trasparente, che infonda fiducia nella nostra istituzione che si avvia a celebrare il suo 150esimo anniversario, con il suo patrimonio di credibilità.
La scissione Unirai-Figec, molto pesante a Roma vista la consistenza delle redazioni del Servizio Pubblico, danneggia tutti. Una scelta profondamente sbagliata quella di chi se ne è andato, che non può essere motivata, come alcuni hanno fatto, neppure con la grave e dolorosa vicenda degli ammanchi dalle casse dell’Usigrai, che ha ferito tutti.
La decisione di fare un altro sindacato, di rompere l’unità appare pretestuosa, dettata da finalità che nulla hanno a che vedere con la difesa del lavoro e della professione.
Non cesseremo mai di auspicare che la scissione possa essere riassorbita, di adoperarci perché se ne scongiurino altre. È indispensabile: il rischio è l’irrilevanza di una categoria già indebolita e l’insostenibilità dello stesso sindacato dei giornalisti.
Occorre coesione, occorre una vera solidarietà: bisogna riflettere sul futuro della Casagit, in crisi. Il criterio per salvarla non può che essere quello dell’equità: ognuno, senza eccezioni, contribuisca in base al reddito, sia assistito in base alle necessità.
Con realismo. Per evitare quello che è accaduto all’Inpgi. Allora lanciammo l’allarme quasi da soli, mal sopportati, anzi attaccati dai gestori del tracollo, che raccontavano favole tranquillizzanti, purtroppo smentite dai fatti. Oggi confidiamo di essere ascoltati.
Una riflessione, numeri e casi alla mano, va fatta sulla norma che ha consentito ad alcuni colleghi lavoratori dipendenti di farsi erogare la pensione dall’Inpgi, l’ente della misera previdenza dei lavoratori autonomi, per avere vantaggi in termini di requisiti di età e di entità dell’assegno. Se la si vuole mantenere, questa opportunità non può mettere a rischio l’ente, non può gravare sulle pensioni future dei più deboli.
Voglio ringraziare tutti i colleghi che prestano, come il sottoscritto, il loro lavoro assolutamente volontario al sindacato, chi è impegnato negli organismi di Stampa Romana, chi si spende per la formazione.
Si tratta di una grande manifestazione di amore per la nostra professione, per le ragioni del lavoro e della democrazia. Chi fa sindacato – è giusto ricordarlo – lo fa gratis, spesso sacrificando carriera e vita privata (per maggior chiarezza, visto che ogni tanto qualcuno ce lo chiede: non si percepiscono neppure simbolici gettoni, come invece, legittimamente, accade in altri organismi di categoria). È grazie alla generosità di tanti colleghi che il sindacato è vivo.
Ringrazio tutti gli iscritti, i pensionati affezionati, di cui continuiamo a pretendere il rispetto dei diritti nella annosa vicenda della “ex -fissa”, chi, in difficoltà, si è rivolto al sindacato con fiducia, trovando ascolto, sostegno e assistenza. Ringrazio i più giovani, cui chiedo di convincere altri come loro a iscriversi a Stampa Romana, per il suo futuro.
Vi saluto con affetto e riconoscenza, attendendovi nella nostra nuova sede.
Stefano Ferrante
Consigliere Segretario dell’Associazione Stampa Romana