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Dire New, una storia
di malaeditoria

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Nella stagione dei bavagli spunta qualcosa di peggio. Di più inquietante. Stavolta la brutta notizia non viene dal governo ma dall´interno stesso del nostro mondo, il mondo dell´editoria. È successo che all´agenzia di stampa Dire New sei giornalisti sono rimasti senza lavoro.
La storia è un pochino intricata per la felicità degli avvocati ma in poche parole è questa. L´azienda Dire, guidata dall´editore dal nome vagamente stendhaliano di Federico Bianchi di Castelbianco, diede vita tempo fa ad un´altra società, la Dire New, nella quale finirono i sei colleghi in questione. Come era stato previsto dagli interessati e dal sindacato dei giornalisti, questa sorta di bad company è finita in liquidazione e i giornalisti hanno perso il lavoro. Adesso ci saranno ovviamente delle cause, ma intanto la vicenda deve allarmare tutti, perché costituisce un precedente pericolosissimo. È peggio dell´Alitalia, primo modello di soluzione-bad company: questa volta non si parla di titoli e debiti, ma di lavoratori in carne e ossa. La presidente di Dire Sc, Laura Gambescia (per capirci, la “Dire 1”), ha diffidato dall´usare la parola “licenziamenti”. E noi non la usiamo riferita alla Dire ma alla Dire New. È l´infernale gioco delle scatole cinesi.
Ora si deve dare da fare l´Ordine dei giornalisti, per appurare se il direttore ha fatto qualcosa per impedire questa conclusione o se invece non ha mosso un dito, prono ai voleri aziendali. Sarebbe un buon modo, per l´Ordine, per dimostrare che si tratta di un organismo ancora vivo e utile.
Si deve dare da fare l´Associazione stampa parlamentare, che deve tutelare due suoi soci. Si devono dare da fare, secondo noi, anche parlamento e governo: nel senso che i presidenti delle camere e i gruppi parlamentari devono essere messi a conoscenza che, una agenzia di stampa che svolge gran parte del suo lavoro proprio in parlamento e che ha la sua brava convenzione con palazzo Chigi, non rispetta regole e persone.
Si devono dare da fare gli editori, che dovrebbero prendere posizione sul comportamento di un loro associato che ha prodotto così gravi conseguenze. E si deve dare da fare la categoria, riflettendo sul presente e sul futuro di una professione ormai chiaramente in difficoltà, stretta com´è fra assalti governativi (la giornata del silenzio del 9 non sarà risolutiva ma va fatta), attacchi ai bilanci di piccoli giornali e pratiche odiose messe in atto da editori troppo spesso incapaci di risolvere i problemi delle loro aziende con strumenti che non siano quelli del mobbing o addirittura, come in questo caso, dei licenziamenti. Questo della Dire è un episodio, solo un episodio. Speriamo l´ultimo. Ma non ne saremmo certi, purtroppo.

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