“Troppi conflitti di interessi sono alla base degli assetti proprietari dei media in Italia”: è la denuncia, dal palco del VII Congresso dell’Associazione Stampa Romana, del segretario uscente Paolo Butturini, che invoca come urgente e improcrastinabile “una legge che separi la proprietà dalla gestione degli organi di informazione”. Nella sua relazione, Butturini attacca “il berlusconimo, al centro del quale permane un gigantesco conflitto di interessi”; rappresentato da “un approccio mediatico-populistico al tema dei diritti e delle libertà che si sostanzia nella negoziazione dello spazio pubblico, del bene comune e tende all’azzeramento delle culture: da quella istituzionale, a quella della legalità, passando per quella dell’informazione”. ________________________________________________________________ Qui di seguito il testo completo della relazione.____________________________________
Care colleghe e cari colleghi,
sono stati tre anni intensi, a tratti violenti e drammatici, anni che hanno modificato profondamente l´essenza stessa della nostra categoria. Fatemi cominciare ricordando brevemente il quadro macro e micro economico nel quale si svolge il nostro settimo congresso. Siamo nella parte finale di una recessione sistemica che ha mutato rapporti di forza a livello planetario, definendo nuove gerarchie mondiali col trasferimento del primato della crescita dai paesi occidentali a nazioni come la Cina, l´India e il Brasile. A che punto siamo? Lapidario il giudizio della Banca Mondiale nel suo rapporto 2010: «L´economia internazionale si sta rialzando lentamente da una recessione senza precedenti. Ma nonostante il ritorno alla crescita, la gravità della recessione non consentirà di riassorbire la disoccupazione nei prossimi anni». Una ripresa in affanno, quindi. Dopo essersi ripiegato del 2,2% nel 2009, il Pil mondiale dovrebbe aumentare del 2,7 nel 2010 e del 3,2% nel 2011. In questo contesto difficile l´Italia nel 2011, secondo le stime della banca centrale, non andrà oltre l´1,2% o1,3% dopo aver chiuso il 2009 sfiorando una perdita del 5% . L´impatto più negativo è ovviamente quello sul mercato del lavoro, la disoccupazione si attesta sull´8,3% (circa 2,3/2,4 milioni di persone), dato al quale vanno aggiunti i numeri della cassa integrazione e degli inoccupati, portando il totale a una percentuale ben superiore al 10%. Una situazione che, pur con qualche leggero segno positivo, si ripropone nella nostra regione dove, sommando i disoccupati e i cassintegrati, nel 2010 i lavoratori “senza impiego” sono arrivati a quota 280.000, circa 100.000 in più del 2008. Gli esuberi strutturali passano dai 17.500 di dicembre 2009 ai quasi 25.000 di agosto 2010. In questo quadro anche l´industria dell´informazione ha pagato il suo prezzo. Il dato laziale dice che giornalisti disoccupati attualmente iscritti nelle liste Fieg-Fnsi presso l´Associazione Stampa Romana sono 618. I contratti a termine (essenzialmente precari Rai) in questo momento sono 46. Dati che non sono lo specchio della situazione reale. La cancellazione delle agevolazioni per le aziende che assumono iscritti nelle liste di disoccupazione, ha fatto sì che i giornalisti, eccezion fatta per i precari Rai, per i quali sussiste ancora l´obbligo di produrre certificato di disoccupazione all´atto dell´assunzione, non siano più motivati nel comunicare lo status di disoccupato all´Asr. A questo dato va aggiunto quello dei prepensionamenti che nell´ultimo triennio (2008-2010) ammontano a 612, di cui 187 nel Lazio. Numeri che si riferiscono soltanto ai colleghi con contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato o determinato e che aumentano in maniera esponenziale se dovessimo contare gli atipici, il sommerso e quella ampia fascia grigia del precariato senza alcuna garanzia. Sentite come si descrive un under 40 conduttore radiofonico : “Lavoro senza contributi da sei anni. Lavoro senza ferie, malattie, tredicesima, con una “finta” partita iva, con la pensione pagata di tasca mia. Costo poco. Faccio molto”. In questa condizione ci sono almeno due generazioni (i nati dopo il 1970 sono circa 28 milioni). Credo che riguardi anche noi.
UN MUTAMENTO EPOCALE Ma questo quadro non è soltanto frutto della recessione. Nel caso dell´editoria, generalmente intesa, siamo di fronte a un vero e proprio mutamento epocale. Non c´è possibilità di studiare una via di uscita comune se non si condividono i presupposti analitici. La rete ha rivoluzionato non soltanto l´approccio alle notizie e la loro circolazione. Ha sgretolato definitivamente modelli produttivi e organizzativi, alcuni già agonizzanti, ha rovesciato gerarchie decennali, ha fatto nascere nuovi soggetti e nuove culture, ha marginalizzato gli attori di ieri polverizzandoli nel vortice di una comunicazione orizzontale della quale in Italia, complice l´arretratezza innovativa e tecnologica, abbiamo soltanto le prime avvisaglie. Eppure sarebbe miope e suicida non tenere conto che il definitivo primato di internet, il media dei media, non è soltanto frutto dell´irrompere di nuovi luoghi aggregativi come i social network o il citizen Journalism, è il rovesciamento della prospettiva fin qui adottata di un´informazione patrimonio di pochi e controllata da ancor meno persone. La direzione di marcia viaggia verso un universo comunicativo in cui la notizia viene ruminata da mille bocche e catapultata verso il fruitore da mille canali. Un processo che ovviamente crea problemi di qualità, certificazione e verifica delle fonti, ma anche enormi potenzialità di sviluppo e innovazione della professione, si tratto quindi di saperle cogliere.
LA LIBERTA´ DI INFORMAZIONE Questa circolarità delle notizie, unita a una sempre maggiore permeabilità degli apparati (pensate a Wikileaks) pone non pochi interrogativi. Scriveva Stefano Rodotà su La Repubblica dell´8 dicembre scorso: “Fughe di notizie riservate, rivelazioni di documenti segreti non sono una novità. Quel che cambia è la scala, la dimensione del fenomeno: la circolazione planetaria di masse ingenti di dati ha fatto divenire assai agevole il “cercare, ricevere, diffondere” informazioni. Sono le parole della Dichiarazione universale dei diritti dell´uomo dell´Onu sulla libertà di espressione. E l´articolo 21 della nostra Costituzione sottolinea come tutti abbiano diritto alla libera manifestazione del pensiero con qualsiasi “mezzo di diffusione”. Questi principi valgono anche nel mondo nuovo della tecnologia digitale, ci ricordano che il tema è quello della tutela di una libertà preziosa, informare e essere informati, non a caso indicata dalla Corte europea dei diritti dell´uomo come uno dei fondamenti della democrazia…”. Su questi presupposti ideali si è basata la vittoriosa battaglia del sindacato tutto contro la legge bavaglio. Ma pensare che superato l´ostacolo la strada sia in discesa è un abbaglio pericoloso. Quel tentativo di censura preventiva è stato possibile per il logoramento del patto costituzionale fra informazione e cittadini, per lo scadere di una cultura dell´informazione che nel nostro Paese ha sempre goduto di salute cagionevole. Troppi conflitti di interesse sono alla base degli assetti proprietari dei media in Italia, è urgente e improcrastinabile una legge che separi la proprietà dalle gestione degli organi di informazione. Il berlusconismo, al centro del quale permane un gigantesco conflitto di interessi, altro non è che un approccio mediatico-populistico al tema dei diritti e delle libertà che si sostanzia nella negazione dello spazio pubblico, del bene comune e tende all´azzeramento delle culture: da quella istituzionale, a quella della legalità, passando per quella dell´informazione. Sintomatico è stato l´atteggiamento verso le testate di idee o in cooperativa. Non che, lo abbiamo detto spesso come sindacato, non ci fosse bisogno di fare ordine e pulizia in un mondo cresciuto caoticamente, ma la cancellazione del diritto soggettivo (un altro diritto che se ne va) è frutto di un´idea autoritaria e proprietaria della politica e dell´informazione. La stessa che si è espressa in Rai, dove non soltanto si è ripetuto l´ennesimo rito della spartizione, ma si è provveduto a sterilizzare qualsiasi possibilità di concorrenza, basterebbe ricordare la vicenda di Rainews. Ancora una volta il pubblico mortifica a favore del privato, soltanto che privato e premier coincidono. Come lo dobbiamo chiamare? Il teorema, alle cui lusinghe molti hanno ceduto in ogni schieramento, è il seguente: se la realtà scompare a favore di una sua rappresentazione edulcorata e fasulla, che bisogno c´è dei cani da guardia del potere? Ma diciamolo con franchezza, qualcuno si è prestato volentieri a scambiare la propria coscienza professionale con strapuntini e poltrone (chiedere ad Augusto Minzolini) e almeno questo sarà difficile imputarlo al contratto.
L´ATTACCO AL SINDACATO Nel quadro della più generale crisi politica, economica e sociale, sarebbe ipocrita tacere del momento complesso del sindacato, inteso come rappresentanza organizzata dei lavoratori. C´è sicuramente, vale per noi come per le altre organizzazioni, una difficoltà a organizzare un modo, quello del lavoro, sempre più atomizzato e delocalizzato. C´è, altrettanto certamente, una inadeguatezza di lettura della realtà e di formazione dei quadri dirigenti. Tutto ciò assume un aspetto ancor più drammatico di fronte all´attacco che la parte forte dell´imprenditoria e il governo stanno portando alla nozione stessa di diritti dei lavoratori, a come si è incardinata all´interno della nostra legislazione e della nostra giurisprudenza. Citerò soltanto l´esempio del cosiddetto collegato lavoro (ne trovate una disanima dell´avvocato Bruno Delvecchio nella cartellina), che sradica certezze e conquiste, finendo per minare le fondamenta stesse dei contratti collettivi, vero obiettivo del ministro del lavoro Sacconi e del capitano d´industria Marchionne. Anche in questo caso, vi è una seconda lettura di ciò che sta accadendo, che non va sottaciuta. Non è forse il caso di chiedersi se il basso tasso di innovazione che caratterizza il nostro Paese, non abbia contagiato anche le rappresentanze sindacali? Vi pongo la domanda in un altro modo: è lecito domandarsi se leggi, regole e accordi nati in un periodo storico ormai lontano, siano adatti a governare la complessa stratificazione del presente? Io credo che su questo vada aperta il più in fretta possibile una riflessione comune fra i sindacati e al nostro interno. Non si tratta di cedere alle sirene del “nuovismo” a tutti i costi, col quale si finisce per giustificare chi vuol fare tabula rasa di ogni norma e tutela (pensate soltanto al rovesciamento ideologico proposto da Sacconi: uno statuto dei lavori che sostituisca quello dei lavoratori, cancellandone così la soggettività e riducendola a un´appendice delle aziende). Si tratta di delineare un nuovo corpus legislativo e giuridico che, con intelligente radicalità, prenda atto di quali processi siano irreversibili, accompagnandoli con diverse garanzie, e di quali invece vadano contrastati e corretti.
UN NUOVO CONTRATTO Se il ragionamento presentato fin qui è valido in generale, lo è a maggior ragione per il passaggio fondamentale di ogni sindacato: il contratto collettivo di lavoro. Prima di affrontare questo tema declinandolo al futuro, fatemi dire che, forte della posizione articolata presa a suo tempo dalla Asr, posso affermare con qualche ragione che il contratto firmato due anni fa e, lo ricordo confermato da un referendum, è stato un passaggio necessario e utile. Alla luce di ciò che sta accadendo e delle politiche governative in materia di lavoro, non portare a casa quell´accordo avrebbe esposto la categoria alla selvaggia aggressione della parte più retriva degli editori, avrebbe posto le basi per una deregulation che, alla lunga, avrebbe travolto non tanto il sindacato, quanto l´intero quadro di garanzie costruito in anni di contrattazione collettiva dei giornalisti. Altra cosa, ma ci tornerò dopo, è giudicare insufficiente l´approccio successivo alla gestione degli stati di crisi. Ora che abbiamo salvato la cornice, però, va ridipinto il quadro. Le norme che regolano il nostro lavoro sono obsolete non perché poco garantiste (fate leggere il Cnlg a qualsiasi giuslavorista e vedrete che lo troverà forse il testo più cogente fra i tanti che regolano i rapporti di lavoro dipendente) sono obsolete perché non adatte a governare la trasformazione, quella già avvenuta e ancor più quella in atto, perché escludono, o non tutelano a sufficienza, comparti fondamentali e in crescita del mondo dell´informazione: dalle emittenti nazionali agli uffici stampa, dai freelance a colleghi che lavorano nella rete, dai precari agli atipici. Ma non è certo guardando al passato che troveremo soluzioni adatte, non è resuscitando figure professionali sepolte dalla storia, che daremo voce a chi non ne ha. Qui si tratta di gettare il cuore oltre l´ostacolo, avere il coraggio di immaginare, partendo dall´esistente, nuovi scenari, nuove organizzazioni del lavoro, nuove figure professionali (più alte e più qualificate). Rimettere al centro la qualità dei giornalisti, presupposto per quella dell´informazione, stabilire standard formativi collegati all´innovazione di linguaggio, ispirati alla variegata tipologia di media che l´era digitale sta producendo. Una notizia è sempre una notizia, ma come reperirla, come diffonderla, quale autonomia del lavoro giornalistico, quale ruolo debbano avere le redazioni e quale organizzazione, quali poteri i Cdr e come ridefinire la figura dei direttori (soltanto per citare alcune questioni) questi sono i nodi che vanno sciolti a nostro favore. Soltanto così potremo immaginare di far ripartire su nuove e più solide basi anche una politica retributiva migliore.
IL RUOLO DEI GIORNALISTI Un nuovo e più moderno contratto necessita di due presupposti: il primo è riannodare il filo che in un Paese democratico lega l´opinione pubblica, i cittadini a chi fa informazione; il secondo che il sindacato che rappresenta i professionisti dei media, sia all´altezza della sfida. Sul primo versante occorre alzare il tiro delle nostre sopite ambizioni. La campagna contro la legge bavaglio ha detto, fra l´altro, che un patto fra giornalisti e società non è soltanto possibile, è necessario. Dobbiamo sintonizzarci su quelle battaglie ad alto tasso democratico come quelle per la salvaguardia dei diritti costituzionali, per la difesa della scuola pubblica e della ricerca, per il sostegno al mondo della cultura, quella per la liberazione dal controllo sempre più pervasivo delle mafie su tutto il territorio italiano. Cittadinanza e diritti, istruzione e formazione, legalità e promozione della crescita culturale, tutela del nostro patrimonio, sono le basi su cui stringere quel patto di ricostruzione di un tessuto civile che si è andato sfilacciando nell´ultimo decennio. Per fare questo abbiamo bisogno di un sindacato, nazionale e regionale, che sappia stare in campo come ha fatto di recente sulla libertà di informazione, che assuma come orizzonte non quello corporativo degli interessi di una pur importante categoria, ma che coniughi la difesa dei colleghi con il rilancio del ruolo dei giornalisti nella società. Un sindacato che deve incrementare la sua presenza nelle redazioni, che parli ancor di più alla sua base, tenga conto di ciò che accade nella categoria, ma lo sappia utilizzare come arma di contrasto alla degenerazione che la classe politica sembra aver sposato come cifra del proprio agire, in misure e modi diversi e con le dovute eccezioni. Un sindacato ambizioso e sognatore, utopistico e pragmatico, che faccia del tesseramento e della fidelizzazione uno strumento di dialogo con la categoria, di crescita anche delle entrate da restituire poi in servizi e strutture, al momento assolutamente inadeguate a reggere la sfida che abbiamo di fronte. Un sindacato che, nel rispetto del patto federativo, assegni il giusto valore politico alle associazioni più numericamente rappresentative, senza sopraffare le medie e piccole. Un sindacato, infine, che sappia tessere alleanze con le altre organizzazioni dei lavoratori. Il patto di consultazione, come molti altri strumenti, è insufficiente. Non si tratta di scambiarsi opinioni, ma di disegnare strategie comuni, ambiti di intervento, obiettivi di medio e lungo periodo. C´è stato un momento preciso, all´indomani della firma contrattuale, in cui la nostra azione sindacale ha mostrato la corda. Sugli stati di crisi la direzione politica, l´assistenza ai Cdr, la vigilanza contro gli abusi degli editori, sono state insufficienti. Se vogliamo rilanciare la centralità dell´informazione e il ruolo dei giornalisti, siano essi professionali o collaboratori, è una carenza che non ci possiamo più permettere. Serve una profonda ristrutturazione della Fnsi e della Asr, modifiche statutarie che snelliscano organismi sovradimensionati, penso al Consiglio Nazionale, ma anche al nostro direttivo, senza mortificare la partecipazione e l´inclusione. Ma non ci possiamo accontentare di un restyling numerico, magari giustificato con un´idea contabile della politica sindacale, dobbiamo pensare a una vera e propria rifondazione: per questo chiederò a questo congresso di dare avvio a una riforma statutaria e di chiedere alla Fnsi e alla Asr una conferenza di organizzazione entro l´anno prossimo.
I COMPITI DELLA ASR L´esperienza della gestione unitaria della Asr ha sicuramente avuto il pregio di tenere in piedi il sindacato regionale, ringrazio per questo tutto il gruppo dirigente uscente che, se pur tra difficoltà e fibrillazioni, si è sforzato di guardare all´interesse generale. Ci siamo divisi su questioni di non poco conto: dalla visione del rapporto fra politica e informazione, al giudizio sul contratto, ma siamo riusciti a dialogare con la categoria e la partecipazione alle elezioni, di pochissimo inferiore a quello che fu il record storico di tre anni fa, dimostra che di sindacato c´è ancora bisogno. Ma non possiamo e non dobbiamo accontentarci, né sotto il profilo numerico, né, tanto meno, dal punto di vista politico-sindacale. E´ il momento di chiedere, prima di tutto a noi stessi, un salto di qualità. A livello regionale dobbiamo, come abbiamo cercato di fare nella consigliatura appena conclusa, interpretare i bisogni e le richieste della categoria, collocarle nel contesto più ampio della crescita dell´occupazione stabile e tutelata, invertendo una propensione al declino che stride con la centralità della comunicazione/informazione in ogni modello di sviluppo. Governare in modo nuovo il mercato del lavoro, battere la precarietà, utilizzare la formazione come volano di un diverso rapporto fra la domanda e l´offerta di professionisti, rafforzare l´intervento e i servizi per i freelance, chiedere con forza l´applicazione disattesa da sempre della legge 150 sugli uffici stampa nel settore pubblico, avviare uno screening sugli uffici stampa nel settore privato, provando a immaginare nuove regole di tutela per un mondo che è forse uno dei pochi ad esser cresciuto anche in questi anni. La gestione della multimedialità, nell´ambito di questa cornice, è il banco di prova sul quale misureremo la nostra capacità di riportare il lavoro giornalistico al centro dell´industria dell´informazione. Lasciamoci finalmente alle spalle le inutili polemiche su questo o quell´articolo del contratto e proviamo a disegnare in “corpore vili” la professione del futuro: più conoscenze, più autonomia, più fantasia, più coraggio, ma anche più coscienza sindacale, più tutela e più welfare a sostegno dei deboli. Tutto questo necessita, anche a livello regionale, di una politica di alleanze i cui primi interlocutori non possono che essere le altre organizzazioni sindacali, che non a caso sono state invitate all´apertura di questa assise. Con loro dobbiamo aprire un confronto che abbia per oggetto la politica industriale del settore nella nostra regione, cercando di definire, nel rispetto delle prerogative di ciascuno, ambiti nei quali possiamo collaborare. Penso, per fare qualche esempio, alla gestione del capitolo formazione, dove un confronto anticipato potrebbe evitare la rincorsa a rappresentare questo o quel segmento produttivo, a vantaggio di una crescita complessiva delle professionalità. O alla discussione di una nuova legge regionale sull´informazione (l´ultima data ormai decenni addietro) che esca dal modello desueto del finanziamento a pioggia, per sposare una moderna politica di intervento pubblico a monte e a valle dell´impresa e a tutela dei suoi lavoratori. Mi avvio a concludere, care colleghe e cari colleghi, questa imperfetta e sicuramente non esaustiva relazione. Spero di avervi dato spunti di riflessione e temi da dibattere, ma consentitemi di dire che mi auguro che questo sia l´ultimo congresso della Asr a svolgersi come se fosse un pubblico dibattito di singoli che dicono la loro. Abbiamo bisogno di articolare una riflessione congressuale più profonda, abbiamo bisogno di produrre analisi concrete sulle quali basare l´azione sindacale, abbiamo bisogno di formare quadri che sappiano, ciascuno nel loro comparto, districarsi fra le leggi, le norme i contratti. Soltanto così saremo un sindacato credibile e all´altezza delle sfide che ci attendono. Mi auguro che la prossima assise dei giornalisti del Lazio si svolga su tesi analitiche, con l´obbligo di presentare una proposta politica di gestione e crescita dell´organizzazione, anche questo va previsto nella riforma dello Statuto. So che su questo congresso aleggia una domanda: che fine farà, dopo il risultato elettorale, l´esperienza di gestione unitaria? Io credo che lo spirito migliore che l´aveva animata debba rimanere come pietra angolare del confronto interno, trovando magari una proiezione anche nella formazione degli organismi dirigenti. Ma qualcuno ha scritto sulla mia bacheca di Facebook, all´indomani del responso delle urne, “Unità non vuol dire unanimismo”. Concordo pienamente, i colleghi hanno scelto e dato un giudizio chiaro, chi ha avuto la maggioranza deve assumersi l´onere della proposta politica e del governo. Ma se sapremo fare appello allo spirito unitario, se usciremo dalla guerra di posizione in cui ognuno pensa soltanto al tornaconto della propria componente, anche nella chiarezza delle responsabilità sarà possibile proseguire in quella politica inclusiva che è stata il motore dell´esperienza appena conclusa. Per riuscirci abbiamo bisogno che ognuno faccia la sua parte, riconoscendosi nella Fnsi, senza per questo dover rinunciare alla propria identità, riconoscendosi nella Asr, con quello spirito di servizio che ogni sindacalista dovrebbe avere. Parafrasando John Fitzgerald Kennedy, smettiamola di chiederci che cosa il sindacato può fare per noi, chiediamoci che cosa possiamo fare noi per il sindacato e la categoria. Buon congresso a tutti.