Roma, 10 lug – Una campagna di intimidazione e minacce che toccano la vita privata e mettono in pericolo l´integrita´ fisica dei giornalisti. Dopo la chiusura dei suoi uffici al Cairo a gennaio, l´uccisione di un cameraman in Libia a marzo e il rapimento di una sua reporter in Siria e in Iran, Al Jazeera torna nel mirino di chi, nel mondo arabo e non solo, vuole tappare la bocca ai suoi ´aggressivi´ e onnipresenti reporter. Questa volta, secondo la denuncia della tv satellitare qatariota, a far scattare le minacce e´ stata la copertura delle rivolte arabe. ´´Alcuni anchor di al Jazeera sono oggetto di una campagna di minacce che tocca la loro vita privata che in alcuni casi mette a rischio la loro integrita´ fisica e quella dei membri delle loro famiglie´´, e´ scritto in un comunicato di al Jazeera citato da diversi media. Tale campagna, afferma ancora la tv satellitare, e´ destinata ´´a pesare sulla copertura delle rivoluzioni e delle proteste in molti paesi arabi´´. La tv non cita la possibile origine delle minacce ma fonti vicine all´emittente indicano che tali tentativi verrebbero essenzialmente dalla Siria. La coperture che al Jazeera ha fatto delle rivolte in quel paese, infatti, ha sempre dato ampio spazio alla parola degli oppositori e a diversi video amatoriali in cui veniva mostrata la repressione del regime. ´´Da tre settimane sono bombardata da sms pieni di insulti´´, ha raccontato l´anchor tunisina Leila Chaied. L´ultimo le diceva di guardare ´´dietro la telecamera per scorgere la scimitarra che le avrebbe tagliato la testa e spargere il suo cervello sul muro´´. L´sms era accompagnato da un fotomontaggio che mostrava la giornalista in una posa sconcia accompagnato dalla minaccia di pubblicare su internet un video dello stesso genere. La direzione di al Jazeera ha tenuto diverse riunioni con i dipendenti per cercare di tranquillizzarli. Di certo, la televisione all news del Qatar e´ quasi sempre pronta a reagire, essendo nella sua storia gia´ entrata in rotta di collisione con quasi tutti i regimi arabi – e non solo – attirandosi accuse, nel migliore dei casi, di ´´soffiare sul fuoco´´. A maggio la giornalista di al Jazeera Dorothy Parvaz e´ stata rapita in Siria per tre giorni, poi liberata e spedita in Iran dove ha trascorso altri 16 giorni prima di essere rilasciata definitivamente. Della sua prigionia nel paese di Bashar al Assad la reporter ha parlato in un´intervista alla sua emittente raccontando di aver udito echi di ´´violenti pestaggi´´ e di aver vissuto giorni spaventosi. A marzo un cameraman Al Hassan Al Jaber, e´ stato ucciso in un´imboscata vicino Bengasi. A giugno, dopo un mese di prigionia, e´ stato rilasciato un fotografo della tv, Kamal al Tallou. A gennaio, invece, le autorita´ egiziane hanno deciso la chiusura dell´ufficio del canale all-news al Cairo e hanno ritirato gli accrediti ai suoi corrispondenti. I giornalisti hanno continuato a lavorare tramite Twitter. Sempre all´inizio di quest´anno la tv si e´ attirata strali dell´Autorita´ nazionale palestinese, dopo aver diffuso i cosiddetti ´´palestinian papers´´, ovvero migliaia di carte segrete sul processo di pace in Medio Oriente. Poi e´ stata attaccata per la sua ´´enfasi´´ nel raccontare le rivolte in Tunisia e ancora il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh e´ arrivato persino a telefonare all´emiro del Qatar per protestare contro al Jazeera. (ansa)